Voluntary: anche i nomi degli amanti se si vuole fare pace con il fisco

Il viaggio tra i conti italiani in Svizzera: industriali, politici, gigolò e c’è persino chi ha scordato di possedere milioni

Le storie

La signora se ne era scordata.
Quei trenta appartamenti in Perù che il padre le aveva lasciato in eredità insieme al fratello, le erano passati di mente.
«Ce ne siamo accorti che li possedeva», spiega dietro richiesta di anonimato il noto tributarista, incaricato di regolarizzare quegli immobili nell’ambito della procedura di riemersione dei capitali, «perché su uno dei tanti conti arrivavano gli affitti di quelle case».
E non è che una delle tante storie, al limite dell’immaginazione, con cui i professionisti impegnati nella «voluntary disclosure», il rimpatrio volontario dei capitali e dei beni detenuti all’estero, si stanno confrontando.
Questo perché la procedura si basa su un postulato: chi vuol regolarizzare la sua posizione con il Fisco, non può nascondere nulla, deve vuotare il sacco fino all’ultimo granello.
La signora non è l’unica ad avere avuto qualche defaillance.
Più d’uno, conferma il professionista che sta lavorando al rimpatrio, «a volte non sa di avere un certo conto, e capita anche che sia a sei zeri. Ce ne accorgiamo ricostruendo tutti i movimenti», dice. «Per molti dei nostri concittadini che hanno soldi all’estero, soprattutto in Svizzera», spiega ancora, «il vero choc è quando scoprono che devono compilare il cosiddetto Formulario A».

Il documento

Si tratta del documento nel quale deve essere annotata la storia di ogni conto corrente sotto il profilo dei soggetti autorizzati ad operare.
«Dalla lettura del Formulario, la cui produzione è obbligatoria ai fini della procedura», prosegue il noto tributarista, «emergono cointestazioni con gli ex coniugi, procure rilasciate ad amanti in anni passati e poi revocate».
Già, gli amanti.
È il capitolo più sensibile.
Per evitare di essere scoperti dalle mogli, spesso per mantenerle i concittadini danarosi hanno usato conti all’estero sui quali avevano concesso procure ad operare in modo da consentire alle amiche di poter pagare case, macchine, e altre spese.
«Il punto è che chi accede alla procedura di rientro è obbligato a segnalare all’Agenzia   tutti questi nominativi».
La cosa, insomma, crea qualche imbarazzo.
Ma i documenti potrebbero tornare utili anche in cause di separazione o di divorzio.
Così come qualche coniuge potrebbe avere da ridire sulle ricostruzioni dei movimenti bancari, altro obbligo della procedura, che non di rado fanno emergere spese per viaggi, gioielli, alberghi, dei quali non si aveva conoscenza.
L’altro dato che sta emergendo è che non c’è un identikit unico del connazionale che ha i soldi in Svizzera.
C’è un’umanità molto varia che ha portato i suoi capitali tra Berna e Lugano.
C’è il grande industriale che ha fatto la sua scorta di nero perché «non si può mai sapere e se mi succede qualcosa ho bisogno di stare tranquillo».
Ci sono il tabaccaio, il commerciante d’auto, il gioielliere, ognuno che si è fatto nel tempo la sua riserva di cash con le più svariate motivazioni: nei tempi passati chi aveva paura dei comunisti o dei rapimenti.
In quelli più recenti il timore più diffuso che ha fatto fuggire i soldi all’estero è stato quello dell’arrivo di una patrimoniale.
E poi ci sono i gigolò, le prostitute, o i cittadini comuni che hanno ricevuto la più classica delle eredità dallo zio d’America.
E certo, ci sono i politici.
Ma anche i magistrati.
Segno che il conto cifrato in Svizzera ha fatto per molto tempo parte del costume, o del malcostume, italiano, come direbbe Totò, “a prescindere”.

FONTE : ILMESSAGERO